Google Chromecast: Non é una rivoluzione ma é senza dubbio un ottimo acquisto

 

chromecast-4_0L’ho comprato e mi sembra giusto condividere un pó di informazioni su questo  dispositivo non famoso ma abbastanza utile per svariati utilizzi domestici.

Sto parlando del device di Google chiamato ChromeCast.

Chromecast é un piccolo dispositivo che si collega alla TV attraverso la porta HDMI e alla rete Wifi di casa.

In pratica trasforma la vostra televisione in un sistema multimediale che puó accedere a contenuti su Internet. In pratica la vostra televisione diventa una Internet TV a tutti gli effetti ad esclusione ovviamente del touch screen.

É simile ad altri oggetti sul mercato come Apple TV o il device Fire-TV di Amazon ma per le sue dimensioni e prezzo é estremamente interessante. 35E per 7cm di lunghezza.

Come si collega

Chromecast si collega alla porta HDMI del vostro televisore e alla rete Internet attraverso l’accesso Wifi (only) del vostro router.

In aggiunta ha bisogno di un’alimentazione elettrica che prende da una porta USB. Se esista una porta USB sul televisore Chromecast puó essere collegato direttamente per l’alimentazione. Invece se non disponibile come nel mio caso si dovrá collegare ad un adattatore USB/presa elettrica.

Configurazione

La cosa stupefacente é la facilitá di configurazione.

Chromecast puó essere controllato da: Smartphone, Pad o PC tramite il Browser di Google (Chrome), nel mio caso da Smartphone. E’ bastato istallare l’applicazione Chromecast e seguire i semplici passi per la configurazione in cui si inseriscono le informazioni di cui Chromcast ha bisogno per configurarsi:

  • Password della rete Wifi
  • Profilo di Google (indirizzo gmail)

In 5 minuti Chromecast era giá in grado di farmi vedere sul televisore qualunque video da Youtube. Aveva giá scaricato da Internet la nuova versione del suo sistema operativo ed era pronto per l’utilizzo.

Cosa si puó fare con Chromecast?

I motivi che mi hanno spinto a comprare questo dispositivo sono :

  • Poter utilizzare materiale multimediale di YouTube per mia figlia senza per forza dover vederli sul monitor del PC o sul piccolo schermo dello smartphone.
  • Poter avere un dispositivo economico in grado di trasformare il mio televisore in un media center con un prezzo ragionevole (Anche in caso di limitazioni nell’utilizzo 35E erano comunque un ottimo prezzo rispetto a ció che offre il mercato).
  • Ovviamente sapere che Google sviluppava il dispositivo mi tranquillizzava sul suo utilizzo almeno per la parte relativa ai servizi di Google stessa (YouTube e Photos principalmente).

Ho letto un pó di recensioni prima di acquistare ChromeCast e devo dire che i limiti di utilizzo sembravano molti. Troppe poche applicazioni che utilizzano Chromecast, limitazione ai soli servizi di Google etc.

A rigurado devo dire che in 1 anno di rilascio il numero di applicazioni per Chromecast si sono moltiplicate segno del suo flessibile utilizzo. YouTube é per me al momento l’utilizzo principale e sono molto soddisfatto. Accedo ai contenuti di YouTube dal mio Smartphone e li ridirigo su Chromecast. In pratica il mio Smartphone diventa il telecomando dove posso controllare play,pause, rewind e volume mentre il video é in riproduzione sullo schermo della TV. É Chromcast stesso a scaricare il video da Internet mentre pensavo erroneamente che fosse il mio Smartphone a trasmetterlo al Chromecast via Wifi.

L’unico caso in cui vengono inviate le informazioni direttamente al Chromecast é quando si vuole remotizzare il browser Chrome sul televisore oppure lo schermo del proprio smartphone..

Con Chromcast posso anche visulizzare tutte le mie photo memorizzate sul profilo di Google Photo oppure semplicemente usarle come screensaver quando il Chromecast non é utilizzato attivamente. Tutto é facilmente configurabile e gestibile da Smartphone.   Le applicazioni attualmente adattate al Chromecast iniziano ad essere molte e per svariati usi. Ovviamente il video é l’applicazione principale:  C’é le RedBull TV per gli amanti degli sport estremi, contenuti della BBC, TV tedesche, Disney e tutti i piú grandi fornitori di contenuti cinematografici come Netflix, Plex etc.

Il mio prossimo tentativo sará di affittare un film On-line su Google Play e provare il servizio. Diciamo un esperimento da 3E si puó fare.

Un’altra cosa che mi convince sempre di piú di aver fatto un ottimo acquisto é la possibilitá di trasmettere in streaming qualunque video dal mio PC direttamente a Chromecast. Ovviamente serve il browser di Google ed é necessario istallare un’applicazione chiamata Videostream.

videostream

Una volta istallata si seleziona il video locale da inviare via Wifi alla TV. In aggiunta esiste un’applicazione sullo smartphone che serve da telecomando per controllare la riproduzione. Personalmente é stata una rivoluzione perché mi evita di usare Hard disk multimediali vari (purtroppo soldi giá spesi), oppure spostare il PC vicino alla TV e collegarlo via HDMI.

Insomma vado al PC lancio lo streaming e poi mi sposto in salotto e lo vedo alla TV. Nessun problema, nessun bug tutto é andato liscio sin dalla prima prova. In aggiunta é possibile anche inserire dei sottotitoli aprendo semplicemente il relativo file sempre tramite Videostream.

Per me é stato semplicemente rivoluzionario, una rivoluzione a casa mia intendo non tecnologica. Non c’é nulla di nuovo in queste condivisioni multimediali ma la rapiditá e facilitá di utilizzo non sono un dettaglio.

Esistono infatti dei sistemi e protocolli in grado di riprodurre un ambiente multimediale in casa e collegare dispositivi diversi. Per esempio il sistema DLNA ma ovviamente anche se non ho mai provato a sperimentarlo direttamente credo che ci possano essere un certo numero di problemi in termini di interoperabilitá fra i diversi dispositivi. Alla fine si raggiunge lo stesso risultato ma credo con qualche conoscenza tecnica e del tempo lo si debba investire.

Con Chromecast si ha lo stesso risultato senza dover fare nessun tipo di sforzo. Certo si é legati a Google ma meno di quanto si pensi perché il mercato delle Apps Android é molto open e composto da tanti attori diversi.

Insomma, lo consiglio a chi ha intenzione di collegare assieme dispositivi e vuole condividere contenuti anche con il tradizionale televisore. Chromecast é in assoluto la soluzione piú piccola, piú economica, piú semplice e intuitiva che il mercato offre.

Posso dire che é veramente una soluzione “Plug & Play” con un certo cambio di passo rispetto a quello che il passato ci aveva sempre prospettato con il piú tragico “Plug & Pray”.

Riflessioni: É chromecast il futuro?

Sicuramente é un dispositivo che fa capire molte cose agli operatori di telefonia. Fa capire che i contenuti e i dispositivi riescono a guidare i gusti e i comportamenti degli utenti (ne avevo giá scritto qui a proposito dell’iPhone). La rete di un operatore diventa con Chromecast un semplice tubo senza nessun valore aggiunto anzi puó solo peggiorare la situazione.

Se nel futuro gli operatori non investiranno in contenuti potranno perdere il controllo dell’utenza perché sará giá in mano ad aziende come Google. Quindi come giá scritto qui o gli operatori faranno degli accordi con i cosiddetti OTT (e Chromecast é un perfetto esempio di Over The Top) oppure perderanno la gara sui contenuti e non solo.

A mio parere Chromecast é un dispositivo che gli operatori dovrebbero offrire per poter riacquistare il controllo dell’utente e della sua attivitá casalinga.

Chromecast non é una novitá sul mercato perché come giá detto prima altri OTT come Amazon o la stessa Apple producono dispositivi simili. Chromecast peró é sicuramente il piú piccolo ed economico e usa una piattaforma open come Android.

Google é un’azienda con tanti soldi da spendere e si é in passato lanciata in molti esperimenti che poi non hanno avuto grandi risultati. Adesso si parla addirittura di chiudere G+ perché non regge la concorrenza con Facebook. Personalmente sono convinto che anche i Google Glass non siano una buona idea per il mercato.

Chromecast mi sembra un grosso investimento del quale non riesco a capirne la strategia. Ok che Google puó pensare di vendere il suo materiale multimediale via GooglePlay (film, videos etc) ma se nello stesso tempo apre a piattaforme come Netflix perde immediatamente la competizione prima di iniziarla. Google alla fine non é un’azienda innovativa in termini di business. Google guadagna solamente sulla pubblicitá e cioé con un metodo tutt’altro che innovativo. La grande differenza é che viene applicata al web e quindi con un magnitudo ben piú grande rispetto a quella in broadcasting o sulla carta. Io ho sempre pensato che ad esclusione del motore di ricerca Google non abbia mai azzeccato altri Business reali ma la mole di soldi raccolti con la pubblicitá gli ha sempre permesso di seprimentare di tutto anche a fondo perduto. Alla fine di sola pubblicitá vive Google e tutto il resto sono solo tentativi: Tecnologicamente molto affascinanti ma tentativi.

Android é rivoluzionario, é installato in un grandissimo numero di dispositivi al mondo. Ha permesso ad altre aziende di entrare nel mercato Smartphone senza dover inventarsi un simil Apple OS (unica vera rivoluzione degli ultimi 10 anni). Google peró non ci guadagna nulla con Android. Nemmeno raccoglie informazioni per i suoi scopi pubblicitari. Quando Android é personalizzato da altre aziende come Samsung, Huawei, HTC etc ovviamente non é piú sotto il controllo di Google.

Insomma grande idea ma poco orientata al Business. Esattamente tutto all’opposto di una mente come Steve Jobs che aveva un bel preciso obiettivo di Business.

Google Wave, per esempio, é stata una fantasiosa piattaforma di comunicazione su web che permetteva di condividere documenti, chattare, scrivere mail. Era molto rivoluzionaria ma portava delle importanti funzioni aziendali sul web “pubblico”. Gli utenti tardizionali non avevano bisogno di tutta questa interazione e le aziende non avrebbero accettato una piattaforma cloud pubblica per le comunicazioni aziendali.

Nel caso di Chromecast Google sembra aver svilluppato un prodotto tecnologicamente avanzato, o meglio: Ha integrato funzionalitá avanzate in un piccolo dispositivo. A vedere i componenti interni il giocattolo non é propriamente semplice e quindi avrá un certo costo di produzione.

I 35E a cui é venduto mi sembrano non dico al limite ma un prezzo abbastanza basso se lo si rapporta all’hardware e alle funzionalitá. Si paga quasi lo stesso prezzo per avere una chiavetta mobile ma le funzionalitá di Chromecast sono enormemente piú complesse. Non sembra che Google voglia guadagnare molto dalla sua vendita, e quindi?

Il mio dubbio sui vantaggi per Google rimangono. Ha speso molto per una piattaforma open venduta ad un prezzo di 35E che qualunque OTT o azienda nel web puó utilizzare per i propri scopi e sopratutto Business. Tutto questo é bellissimo per me utente ma credo che solo un’azienda come Google se lo puó permettere perché guadagna da altro. Se i contenuti fossero invece il suo unico business allora credo che Chromecast non sarebbe cosí “Open” e forse sarebbe bloccato come gli altri dispositivi di Amazon, Apple e gli altri.

Nonostante i dubbi sui vantaggi per Google, Chromecast soddisfa molte delle mie esigenze. Mi ha rivoluzionato il modo di accedere ai miei contenuti multimediali e considerando che Youtube é un serbatoio immenso di materiale giá da solo mi fa apprezzare il giocattolino.

Cosa aggiungere: ACQUISTO CONSIGLIATO

Le novitá di ieri della mela morsicata: Apple Watch and Apple Pay

Ieri la Apple ha annunciato le sue ultime novitá:

  • iPhone 6
  • Apple Pay
  • Apple watch

(a fine articolo il video completo dell’evento)

Non spendo molte parole sul nuovo iPhone che non aggiunge molto rispetto alle vecchie versioni se non migliorare la qualitá dei suoi componenti interni come processori, sensori fotografici, lenti fotografiche e video ad alta qualitá.

L’obiettivo é mantenere la qualitá dell’iPhone al di sopra della moltitudine di Smartphone che ormai occupano il mercato e riuscire a differenziarsi dalla forte competizione asiatica che peró pecca in qualitá. Android ha dato la possibilitá a molti produttori di dispositivi mobili di avere un sistema operativo universale che peró se non personalizzato a dovere puó risultare non cosí brillante. Personalmente come cliente Google credo che il Nexus sia l’unica alternativa seria all’iPhone mentre tutto il resto non supera la media (incluso Samsung).

La presentazione dell’iPhone, a parte il nuovo modello Plus piú grande (era ora) e al nuovo design sempre ricercato non porta grosse novitá. Esiste peró un’aspetto del nuovo iPhone 6 che non é da sottovalutare per l’impatto nel business di Apple. Apple non ha guadagnato infatti solo per i dispositivi in se ma anche per i servizi che il dispositivo portava con se. Nel passato abbiamo giá visto come Apple abbia rivoluzionato il mercato della musica con il suo iTunes shop e creato un nuovo modello di vendita on-line legata sia al dispositivo che ai contenuti. In questo nuovo capitolo Apple ci prova con le transazioni monetarie:

Apple Pay

Apple pay é un nuovo metodo di pagamento attraverso il proprio dispositivo iPhone. In accordo con le maggiori banche e circuiti di credito quali Visa, Mastercard o Maestro Apple cerca di creare un eco-sistema per legare le transazioni finanziarie ai propri dispositivi.

Non si conoscono i termini economici dell’accordo ma ovviamente quando al mondo ogni giorno ci sono transazioni per 12 trillioni di dollari (1 milione di milioni) c’é abbastanza spazio per guadagnare. Apple non ha mai lanciato un dispositivo senza un disegno commerciale piú grande alle spalle e questa é stata la doppia genialitá di Steve jobs.

In questo caso Apple entra nell’immenso mercato delle transazioni monetarie che promette un consistente volume di affari.

Un altro aspetto importante é quello di ceracre di essere il primo produttore hardware che prova a sostituirsi alle carte di credito. In questo caso Apple Pay vuole essere solo un intermediario della transazione ma la strada é segnata per un futuro in cui le semplici (e vecchie) carte di credito diventeranno obsolete e sostituite da sistemi sw “portabili” sui propri dispositivi.

In poche parole con Apple Pay viene fornito un sistema di pagamento sicuro in cui non é piú fisicamente richiesto di avere la propria carta di credito fisicamente in tasca. Essa é immessa in un sistema Apple certificato e portata virtualmente sul proprio iPhone. In questo caso l’utente va in un negozio convenzionato e per pagare non fa altro che avvicinare il proprio iPhone ad un lettore NFC (Near Field Communication: un protocollo Wifi per le comunicazione fra oggetti vicini) appoggiare il proprio dito sul sensore di impronte digitali dell’iPhone e la transazione é immediata. Senza firme, senza controlli di codici o di documenti di identitá.

Fondamentalmente senza la propria carta di credito con se non c’é bisogno di mostrare il proprio nome o codice a nessuno e la transazione diventa in assoluto piú sicura.

Nella presentazione viene ovviamente dato molto peso alla sicurezza e alla privacy del nuovo metodo di pagamento. Apple ci tiene a far sapere che nulla viene registrato all’interno dei server di Apple: Né la transazione, né l’articolo comprato, né il negozio in cui viene acquistato etc. Con questa affermazione Apple vuole diversificarsi (giustamente) da altre aziende del settore che invece vivono di dati sulla privacy e cercano in ogni modo di profilare i propri utenti (Google, Facebook per fare qualche nome) spesso con metodi non propriamente trasparenti.

Apple é semplicemente interessata a quei 12 Billioni al giorno di soldi che si spostano fregandosene di cosa fanno gli utenti. La transazione rimane una cosa fra venditore, societá di credito e banca.

Questo ovviamente é un settore di mercato molto importante e solo il fatto che Apple ci si stia buttando pesantemente fa capire quali siano le dimensioni e le possibilitá di guadagni.

Apple Watch

Il secondo protagonista della giornata é il tanto atteso orologio della Apple che giá per il nome si vuole differenziare dalla moltitudine di dispositivi giá presenti sul mercato. Non é il tanto conclamato iWatch che per motivi di marketing ha giá cambiato nome prima del suo lancio.

Apple non ha sorpreso con questo dispositivo perché le voci sul suo rilascio erano giá note da tempo ma ha voluto differenziarsi dalla moltitudine di plasticacce asiatiche giá presenti nel mercato.

Il suo watch si distingue infatti per la qualitá dei suoi componenti: Materiali per la cassa , il cristallo dello schermo, la precisione dell’orologio stesso (dichiarata di +- 15 ms). Insomma Apple gioca sulla forza del suo brand e va in quella zona di qualitá in cui l’Asia per ragioni di costo non riesce a competere, poca gente infatti é disponibile a spendere molti soldi per un dispositivo Samsung (per esempio). Il marchio Apple é pur sempre il piú forte e spesso qualitativamente migliore.

apple-watchL’A-watch é un dispositivo che Apple ha cercato di disegnare come sempre in modo unico avendo particolare cura dei dettagli. É prima di tutto un dispositivo di design piuttosto che di rivoluzione tecnologica.

Personalizzabile nel suo aspetto esterno: Braccialetti diversi ad aggancio facile,  classici oppure nuove chiusure magnetiche, 6 diverse casse di metalli differenti con un modello di oro rosa a 18 carati. Insomma un design indubbiamente accattivante ma che riflette l’obiettivo di Apple di giocare sul proprio marchio e creare un nuovo dispositivo cult… or cool.

Il suo utilizzo sembra ben studiato e oltre ad essere ovviamente touch screen viene data particolare importanza alla vecchia rotella che in questo caso diventa il pulsante Home quando premuta oppure un controllo per i vari menú/zoom quando ruotata. In questo Apple si differenzia sempre per avere una certa attenzione nell’usabilitá dei propri dispositivi.

Sicuramente qualche novitá tecnologica come il rilevatore ad infrarossi del battito cardiaco e altri sensori per il movimento che monitorano tutti i movimenti della giornata. Quando ci sediamo, quando e quanto stiamo in piedi, quanto camminiamo o corriamo etc. Con questo sensore ovviamente Apple ha costruito un ambiente software che permette all’utente di registrare i propri movimenti e costruire programmi di fitness o in generale di controllare le calorie giornalmente consumate. Ovviamente questo ambiente per la “salute” é parte dell’Apple watch. Nulla di molto diverso da Applicazioni giá esistenti per smartphone ma in questo caso diventa parte integrante del dispositivo e prendendo una fetta di mercato di altri costruttori di “fitness-watch”.

Apple presenta un innovativo metodo di ricarica delle batteria ad induzione. Il cavo di alimentazione viene magneticamente collegato nella parte inferiore dell’Apple watch senza nessun tipo di connettore. Abbastanza rivoluzionario ma non ne fá un motivo di acquisto: Puro design di alto livello.

Per il resto l’Apple watch non é solamente un estensione dell’iPhone come invece sono la maggior parte di dispositivi rilasciati da altri costruttori dove l’orologio é solo l’estensione del telefono. Apple watch ha infatti parte dell’intelligenza locale anche se per la maggior parte é utilizzato come “telecomando” per l’iPhone. Apple dichiara comunque che parte dei dati come musica possono essere anche salvati localmente sull’orologio in questo caso possono essere ascoltati tramite gli speaker dell’Apple watch stesso. Dubito sulla qualitá di un ascolto del genere ma nessuna cuffia é stata presentata.

Apple watch avrá inoltre un suo ambiente di programmazione per il rilascio di applicazioni dedicate lasciando alla fantasia dei softweristi il compito di creare qualcosa di nuovo.

Viene evidenziato l’utilizzo del riconoscitore vocale per poter controllare il dispositivo che ovviamente non ha una tastiera. Interessante é anche il nuovo sistema di messaggistica “grafica” (Digital touch) in cui é possibile disegnare sul display semplici figure da inviare ai propri contatti. Un nuovo e divertente modo di comunicare con codici grafici. Chissa se funzionerá ma é sicuramente bello vedere come Apple ha sviluppato la grafica di questa comunicazione.

L’Apple watch puó essere ovviamente anche usato come navigatore che riesce a guidare l’utente con piccole vibrazioni sul polso. Differenti segnali (vibrazioni) per le diverse direzioni e indicazioni. Le vibrazioni stesse sono anche usate per le varie notifiche (Sms, mail, messaggi etc). Interessante ma non rivoluzionaria.

In generale con l’Apple watch si punta principalmente sul design e tutto il resto é software. Sicuramente non é un dispositivo rivoluzionario come lo é stato l’iPhone ma puó comuqnue fare breccia nel mercato e aprire nuove possibilitá di guadagni per Apple (Apple pay é anche disponibile ovviamente).

Insomma nessuna rivoluzione ma sicuramente qualcosa che sembra disegnato bene. La sensazione é che sia in fase di conclusione l’innovazione Apple in termini di dispositivi. Lo dimostra il fatto che l’80% della presentazione é piú incentrata sull’ambiente software e sulle applicazioni piuttosto che al dispositivo stesso.

Vedremo come reagirá il mercato, dimenticavo il giochetto costa ben 349$ (ops).

Personalmente non credo potró essere un cliente Apple per il watch (magari per un Mac) ma credo che il mercato acquisterá con piacere questo nuovo dispositivo mentre il bacino di guadagni per Apple Pay é molto promettente e abbastanza rivoluzionario.

L’unico dubbio tecnologico é il fatto di avere un misuratore della mia salute che trasmette 24h al giorno frequenze Bluetooth a 2,4 GHz a contatto col mio polso. Dopo aver sacritto questo articolo sono ovviamente un pó preoccupato di un generatore di microonde al mio polso anche se giá in ufficio la mia mano é a contatto per 8 ore con l’antenna Wifi del mio laptop e non credo sia tanto meglio.

Qui sotto il Keynote completo.

Un anota a contorno: Lo stile, il ritmo e l’intensitá sono ovviamente lontanissimi dai tempi di Steve Jobs. Un uomo che oltre ad innovare sapeva spiegare benissimo le proprie idee e i propri concetti creando aspettativa. Lo stile del Keynote é sempre Jobs ma é evidente che si tratta di una (brutta) copia.

I bambini e il Wifi: Qualche precauzione

Vivo di tecnologia, nel senso che la tecnologia mi mantiene, mi paga le spese mensili e le vacanze ma spesso nonostante il mio legame ombelicale mantengo tutta una serie di forti dubbi sulle possibili conseguenze negative di alcune tecnologie.

Le prime in lista sono ovviamente quelle “On the Air” ovvero le tecnologie wireless, senza fili. Come molti non addetti al settore anche io sono abbastanza preoccupato delle conseguenze di esposizioni alle radiazioni elettromagnetiche. Sí, perché sempre di radiazioni si tratta anche se trasportano le vostre foto di Facebook.

A cosa mi riferisco nello specifico: alle tecnologie mobili come GSM (2G), UMTS (3G), LTE (4G), Wifi.

Esistono molti studi in merito agli effetti dell’esposizione continua a queste radiazioni ma nessuno che dimostra con certezza le possibili conseguenze.

Di cosa parliamo? Di onde elettromagnetiche a frequenze diverse e potenze diverse. Il problema é che quando l’energia (potenza) del segnale attraversa il corpo puó danneggiare o provocare reazioni nell’organismo. L’estremo esempio di onde elettromagnetiche particolarmente pericolose sono quelle generate da un’esplosione nucleare. La loro mortalitá sta nel fatto che hanno un’energia elevatissima insieme ad una frequenza altissima (raggi gamma) in grado di attraversare il corpo umano. Le radiazioni nucleari come la storia purtroppo ci racconta hanno effettivamente conseguenze nocive sulle persone esposte.

Non voglio avvicinare un’esplosione nucleare ad una rete cellulare o Wifi ma entrambe si riferiscono ad onde elettromagnetiche solo che nel primo caso hanno valori di potenza e frequenza in grado di polverizzare tutto quello che incontrano.

La nostra generazione é perennemente sottoposta a onde elettromagnetiche che arrivano dalla moltitudine di sorgenti “senza fili” che ci circonda giornalmente: Antenne della rete cellulare, Smartphone, router Wifi, Computers Wifi etc. Ovviamente non vuol dire che tutti questi segnali danneggiano inevitabilmente l’organismo perché va prima considerata la potenza del segnale che é il fattore determinante.

Le leggi che regolano l’elettromagnetismo dimostrano che un’onda elettromagnetica perde la sua potenza in aria per attrito con l’aria. Per poter raggiungere quindi lunghe distanze bisogna aumentare la potenza del segnale alla sorgente. Questo implica ovviamente che piú vicini siamo alla sorgente del segnale piú alta é la potenza.

Ecco da qui la preoccupazione per il piccolo segnale del nostro smartphone, Tablet, PC wifi poiché la distanza con il nostro corpo é minima. Lo smartphone durante una chiamata é a qualche millimetro dal cervello oppure a contatto con le mani. In aggiunta questi dispositivi sono spesso una triplice sorgente radio: Wifi, UMTS e Bluetooth, giusto per non farci mancare nessuna frequenza.

Tutta questa premessa per introdurre un articolo che mi é capitato fra le mani in questi giorni. L’Articolo ovviamente indicava come la quantitá di segnali a radio frequenza usati per la comunicazione wireless sono in continuo aumento giá da inizio del secolo.  Negli anni 2000 sono stati introdotti anche i segnali WiFi per la trasmissione di reti LAN Ethernet senza fili. Questi sono fondamentalmente i segnali oggetto dell’articolo poiché sembrano essere i piú dannosi.

In generale quello che tecnicamente manca al Wifi é una certa regolazione della potenza che invece esiste nelle reti mobili. In pratica mentre il vostro Smartphone aumenta o riduce la sua potenza di trasmissione a seconda di quanto lontano si trova dall’antenna della rete mobile (cella), il wifi non ha particolari controlli della potenza e quindi quando siamo vicini alla sorgente potrebbe avere un’intensitá non pericolosa ma che per lunghe esposizioni potrebbe danneggiare.

L’articolo focalizzava l’allarme sull’esposizione dei bambini e nel merito indica questo articolo accademico come riferimento. L’articolo si intitola “Perché I bambini assorbono piú onde elettromagnetiche degli adulti- Le conseguenze”.

Da Padre ovviamente leggo l’articolo con interesse poiché in ogni caso confermava paure e dubbi che avevo giá senza averne mai avuto la prova.

L’articolo mette in correlazione l’esposizione continuata ad una sorgente radio ad effetti cancerogeni: Il legame fra tumore al seno e il tenere il cellulare sempre nella tasca della giacca, danni alla feritilitá maschile dovuti al portare sempre il cellulare in tasca etc.

Se siete curiosi potete leggere tutto l’articolo e le correlazioni indicate fra aumento dei tumori e l’esposizione alle onde elettromagnetiche generate da dispositivi wireless.

Ma l’articolo non vuole dimostrare che i segnali wireless sono in assoluto cancerogeni ma mette l’attenzione sulla lunga esposizione alle relazioni. Il soggetto principale dell’articolo é l’assorbimento maggiore di radiazioni da parte dei bambini che rende piú problematica questa esposizione. I tessuti infatti di bambini sono piú facilmente penetrabili da queste onde elettromagnetiche. Le onde possono andare piú a fondo rispetto ad un corpo adulto perché i tessuti sono giovani e meno spessi.

Il concetto principale é che esistono delle correlazione fra l’esposizione continuata alle radiazioni elettromagnetiche dei dispositivi wireless e gli effetti cancerogeni e che queste sono ancora piú riuschiose nei bambini. Se le onde penetrano piú a fondo vuol dire fondamentalemente che nei bambini un tempo di esposizione minore puó portare alle stesse conseguenze. Questo non viene esplicitamente scritto ma é ovvio implicito nell’analisi.

Difficile dimostrarlo con certezza specialmente perché la latenza fra esposizione e evidenza del tumore é spesso molto lunga, anche di molti anni ma é difficile non considerare i possibili rischi specialmente verso i propri figli.

L’articolo non conferma nulla ma ovviamente vuole aiutare le persone ad essere piú consapevoli sui possibili rischi. Ció non vuol dire che camminando per strada si é esposti a rischi di contaminazione elettromagnetica ma che bisogna fare attenzione alle sorgenti wireless vicine dove i rischi possono aumentare. Certo é difficile scrivere lontano dalla tastiera del proprio PC portatile collegato via Wifi ma sí puó sicuramente usare auricolari per parlare al telefono cellulare.

I Bambini e il WiFi – conclusioni

Conoscendo i possibili rischi é quindi opportuno evitare il piú possible ai nostri piccoli il contatto ravvicinato con le sorgenti radio. Questo non vuol dire che dobbiamo spegnere il router WLAN di casa ma forse:

  • Usare per un tempo limitato amplificatori/ripetitori/repeater/extender di segnale Wifi (sotto in foto), solo quando ci servono. Specialmente quando ci sono bambini nella casa.

Wifi-Extenders

 

  • Evitare di far giocare i propri bambini con dispositivi mobili specialmente quando connessi in Wifi.
  • Evitare alcuni giocattoli multimediali che non hanno nessuno valore aggiunto se non offendere l’intelligenza dei genitori. I nostri figli non hanno ancora cosí bisogno di essere connessi e se invece serve distrarli facciamoli giocare noi non l’iPad. In ogni caso qui sotto alcuni esempi di articoli da evitare per rispetto della salute dei figli e della vostra intelligenza.

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La tecnologia puó aiutare a renderli interattivi ma ogni tanto possiamo fare qualche sforzo in piú come genitori piuttosto che chiedere ad un iPad di sostituirci temporaneamente.

I colori ogni tanto possono essere ancora stimolanti.

..e per noi “adulti” non dimentichiamoci che…

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… forse nessuno ha pensato alle conseguenze anche se per il momento continuo a sostenere che non sará una rivoluzione.

2019: Video On Line batte DVD

broken-dvd-game-disc Ho letto proprio oggi alcuni dati di crescita del mercato Video delle aziende OTT (Over The Top) ovvero quelle aziende che forniscono su Web la visione di film come alternativa all’acquisto o affitto del supporto DVD.

Mi riferisco principalmente alle aziende come Netflix, Hulu, MLB.com, HBO Go, YouTube and Amazon che sono fra gli attori principali di questo mercato. In assoluto Netflix é il leader incontrastato del mercato con i suoi ¾ di utenti video in Nord America.

In Italia questo fenomeno non ha ancora preso grosso piede poiché alcuni servizi di queste aziende non sono ancora disponibili. Un pó per investimenti non fatti, regole di copyright mai superate , barriere delle piccole lobby, burocrazia lenta, visione pubblica praticamente inesistente e qualche problemino tecnico sulle infrastrutture ne hanno impedito l’esplosione.

In altri paesi invece la battaglia é invece intensa e sempre piú aziende si stanno spostando nel mercato dei servizi video on-line.

I dati di crescita di questo mercato sono impressionanti, nel 2014 crescerá negli Stati Uniti di ben il 21% raggiungendo quasi 11 Miliardi di dollari. I profitti di questo mercato si raddoppieranno nel periodo fra il 2013 e il 2019 raggiungendo i 18 Miliardi.

Il 48% dell’intero mercato OTT-video é di servizi Video On Demand (VoD) ovvero guardarsi un film On-line in streaming con un semplice click sul proprio PC e sopratutto senza essere legato a nessuna programmazione televisiva come invece avviene nella tradizionale televisione in broadcast. Il mercato VoD da solo ha un volume nei soli Stati Uniti di oltre 5 Miliardi e si prevede crescerá del 116% entro il 2019 raggiungendo un valore di quasi 9 Miliardi.

I Servizi OTT di download video (il film lo compro e posso scaricarlo localmente sul mio PC) avranno anche loro una crescita prevista del 15% (1.4Mld$). I Servizi On-Line di affitto video (Alternativa alla classica Videoteca) invece saliranno del 21% nel 2014. Per questi ultimi é prevista una crescita del 74% totale entro il 2019.

Ovviamente anche la pubblicitá video (Video Ads) rimane una grossa fetta di questi profitti ed é cresciuta del 33%. Per l’advertisement si prevede un incremento del 109% fino al 2019.

Interessante notare quanto il fenomeno almeno negli Stati Uniti abbia spostato il budget degli Utenti per i servizi di rete. Attualmente infatti un utente broadband degli Stati Uniti spende mediamente 29$ al mese per i servizi OTT ma si prevede possa crescere fino ai 44$ nel 2019. Sono cifre comparabili a quanto in Italia spendono gli utenti delle piattaforme satellitari come SKY ed é anche il motivo per cui Sky sta attivando gli stessi tipi di servizio su Internet.

Il fatto che venga ritardato l’ingresso di Netflix in Italia mi fa pensare a pressioni dall’alto per dare tempo ai tradizionali operatori broadcast (digitale e satellitare) di preparare anch’essi i propri servizi On Demand. Diciamo i soliti metodi monopolistici Italiani per chiudere i mercati prima che si aprano. Ma ovviamente sono solo riflessioni e pessimismo personale.

A parte i problemi Italiani, c’é un generale stupore sul fatto che gli utenti stanno spendendo piú tempo nel guardare contenuti On-line di quanto spendano in DVD. Questo nonostante sia quello On-Line Video un mercato disponibile da pochi anni mentre il DVD é disponibile da 20 anni circa.

Alla fine del 2014 ci saranno infatti 54 milioni di clienti OTT e in 5 anni il loro numero salirá a 69Milioni punto in cui supereranno definitivamente i profitti del mondo DVD.

La crescita di questi nuovi servizi é impressionante ma esempi del genere non sono nuovi in rete. Se consideriamo le iperboliche crescite nei social media come facebook o twitter non ci possiamo stupire di questi numeri.

La grossa differenza sta nel fatto che questi ultimi non sono gratuiti e il loro costo non indifferente rispetto al costo della connessione stessa. Una crescita di interesse cosí rapida é finalmente il segno che la rete ha finalmente aperto nuove opportunitá dirette di business rispetto al modello tutto gratis finanziato dalla sola pubblicitá come é stato finora e questo non puó che essere positivo.

Rimane un solo problema da risolvere: Le dimensioni. Nel Web attualmente chi vince prende tutto e non esiste ancora una democrazia di mercato. Non esiste un’alternativa a Facebook come non esiste un’alternativa a Google ma forse é solo questione di tempo. nel frattempo la strada del successo almeno in Europa é ancora piena di ostacoli e non solo in Italia.

 

Il futuro della “Smart Home” ovvero 14 Dispositivi per la casa che potrebbero cambiare la tua vita

The Internet of ThingsNegli scorsi giorni ho trovato questo interessante  elenco di prodotti per la casa legati alla cosiddetta “Internet of Things” (Internet delle cose)  ovvero un futuro non cosí remoto in cui la rete Internet é utilizzata non solo per la comuncazione fra persone o Server ma anche fra dispositivi. Il termine Internet of things (IOT) fa riferimento ai servizi che in gergo tecnico vanno sotto al nome di Machine-to-Machine (M2M)  ovvero la comunicazione fra dispositivi come per esempio sensori di allarme, Contatori elettrici, Automobili etc.

La grossa problematica delle reti future sará l’enorme mole di “elementi” comunicanti. Gli utenti infatti non saranno solo piú gli smartphone ma si aggiungerá un folto numero di dispositivi vari spesso dedicati alla sensoristica/automazione. Si prevede che nel 2020 ci saranno un numero impressionante di oggetti connessi che va oltre i 200  miliardi.

L’elenco di seguito si riferisce appunto a dispositivi che potrebbero in qualche modo diventare di uso quotidiano ed entrare a far parte della sterminata famiglia dell’Internet delle cose.

La presa di corrente Intelligente della Belkin WeMO

Il sistema di automazione della Belkin potrá controllare interruttori e prese elettriche intelligenti, luci a led, sensori di movimento e ogni dispositivo luce. Tutto questo attraverso il proprio browser o applicazione su smartphone. La Belkin fornisce sia dispositivi che il sistema remoto di controllo (in cloud).

Ogni dispositivo potrá essere inoltre legato ad account gmail per le notifiche. La Belkin prevede anche lo sviluppo di piccoli dispositivi come Mr Coffee o Crock Pot slow cookers con i quali sará possibile far partire a distanza determinati dispositivi della cucina. Arrivare a casa con il caffé pronto.

Belkin WeMO

Canary

Un dispositivo „tutto in uno“ per la sicurezza della casa. Include: Video camera HD, sensori per la qualitá dell’aria, del movimento, del suono, temperatura e vibrazioni tutto in una singola unitá.

l sistema impara cosa costituisce la normale attivitá di casa e invia all’utente degli allarmi in caso qualcosa fosse cambiato. Il fatto di imparare le normali condizioni della casa permette secondo il costruttore di evitare falsi allarmi.

Gli allarmi possono ovviamente essere mandati a utenti multipli.

Canary

Connected by TCP

TCP Home lighting automation é un sistema per il controllo delle luci. Include un gateway che va collegato al router della connessione di rete, un telecomando wireless, App per lo smartphone e 2 Luci a LED intelligenti. Il sistema puó gestire fino a 250 Luci singolarmente o per gruppi definibili.

L’App permette di controllare le luci da remoto; accenderle spegnerle, programmare la loro attivitá creare profili pre-programmati come  „fuori casa“o „in casa“.

Per il momento il sistema controlla solo le proprie Lampadine intelligenti ma in futura avrá a disposizione dei connettori per poter essere applicato a qualunque lampadina.

Connected by TCP

Technology Neurio controllo energetico

Il dispositivo Neurio individua la „firma enegetica“di singoli diapositivi collegati alla rete di casa. Neurio abilita un sensore Wifi all’interno del proprio pannello eletrico. Il sistema monitora il consumo energetico e ne rileva l’attivitá interpretando l’attivitá energetica normale e avvisando quando si presentano eventi anomali come per esempio viene lasciato il forno acceso.

Il sistema puó anche inviare messaggi attraverso un’App dedicata che permette inoltre di controllare tutta una serie di dispositivi intelligenti. Il sistema Neurio impara il conportamento elettrico della casa capendo quando l’utente va a letto oppure lascia la casa.

Tecnology Neurio

Grid Connect ConnectSense

Grid Connect é un fornitore affermato nel mercato dei sensori e fornisce il prodotto ConnectSense per la sicurezza della casa. Il sistema lavora con il Wifi di casa e fornisce sensori di movimento, controllo luci, temperatura, umiditá, acqua e sensori per porte e finestre. Alcuni sensori possono funzionare con batterie per facilitare l’istallazione in posti non coperti dalla rete elettrica.

I sensori comunicano peró via Wifi che richiede comunque piú energia rispetto agli altri sistemi di allarmistica con protocolli dedicati. ConnectSense fornisce allarmistiva via chiamate voce, SMS, mail, tweet. Tutto il software (App e software Cloud) é gratuito.

Grid Connect ConnectSense

 Honeywell Total Connect remote Services

Combina un sistema professionale di sicurezza con un sistema di automazione della casa permettendo all’utente di controllare qualunque dispositivo, dalle video camere di sicurezza ai sensori di allarme, dall’illuminazione della casa alle tapparelle per le finestre. Il sistema puó essere controllato da un’App mobile,  via Browser o attrraverso una console a muro.

Deve essere istallato da personale certificato da Honeywell e lavora con soli dispositivi che gestiscono il protocollo Z-Wave. Honeywall fornisce comunque anche parte della sensoristica.

Honeywall Total Connect

iControl Network Piper

Questo sistema di automazione e sicurezza per la casa é sviluppato anch’esso via Wifi. Include una video camera HD con visione a 180 gradi e audio in entrambe le direzioni. Sensori per: movimento, temperatura, umiditá, luce e suono. Il rilevatore di suoni puó riconoscere gli eventi sonori e notificare diversamente tali eventi (campanello o allarme per fumo, etc).

L’App mobile permette di controllare remotamente la video camera e configurare le regole per le notifiche via messaggi, chiamate, mail. I video sono automaticamente salvati nel Piper Store gratuitamente e visionati quando si vuole. L’unitá puó essere programmata per suonare una sirena di allarme e puó anche controllare sensori o controlli di terze parti che supportino il protocollo Z-Wave.

iControl Network Piper

Interactive Voice ivee Sleek

Puó sembrare una semplice e comune sveglia ma permette il controllo vocale con i sistemi Smart Home della casa.

L’unitá puó anche fornire previsioni del tempo in streaming e altre informazioni dalla rete. La Interactive ha inoltre annunciato il piano di sviluppo della piattaforma per il controllo vocale di molti fornitori di sistemi di sicurezza o smart home.

Interactive Voice ivee Sleek

Lowe’s iris

Il sistema di monitoring e controllo smart home della Lowe supporta uno svariato range di Sensoristica intelligente e dispositivi, dai sensori di sicurezza al sistema intelligente di irrigazione del giardino. Per 179 $ si possono acquistare differenti kit come lo Secure Start up oppure il sistema base per il controllo della casa oppure gli smart kit per 299$ che includono anche l’amplificatore del segnale Wifi.

Il servizio base é gratuito ma esiste una versione premium per 9.99$/mese con cui é possibile scrivere le regole, registrare video e inviare allarmi ad altre persone.

Lowe’s iris

Revolv

Revolv vuole essere il controllore universale (smart Hub) per il monitoraggio di ogni tipo di sensore senza limiti di marchio, tipo di prodotto o protocollo di comunicazione usato.

Il sistema include l’Hub centrale capace di gestire ben 7 diverse frequenze radio e un’App IOS che supporta i piú comuni controlli e allarmi da una vasta serie di dispositivi inclusi quelli Sonos per il controllo dei sistemi Home Theater e Hi-Fi. L’App per Android é in uscita.

Revolv

Securifi Almond+

E‘ un sistema wireless router/extender che puó essere utilizzato anche come sistema di controllo e monitoring della casa. Supporta dispositivi e sensori che utilizzano protocolli quali Zigbee, Z-Wave e Wifi.

In aggiunta all’App mobile il sistema Almond+ include un piccolo touch screen a colori LCD che puó essere utilizzato come master console e istallato a muro.

Securifi Almond

Sen.se Mother

Il sistema include un controllore centrale (hub) “Mamma” (mother) e i sensori “Biscotto” (“Cookies” sensori wireless) che possono essere attaccati agli oggetti o alle persone dei quali si vuole monitorare e analizzare movimenti, temperatura e posizione.

I sensori “biscotti” possono essere applicati ovunque: dalla porta per rilevare intrusioni oppure allo spazzolino per capire se il bambino/a si spazzola regolarmente. L’attivitá é tracciata on line e puó essere configurata per inviare allarmi. Il sistema funziona solo con i propri sensori ma i sensori cooky „general Purpose“ programmabili possono essere usati su qualunque dispositivo a casa.

Sen.se Mother

SmartThings

Il sistema di automazione domestica include un Hub di comunicazione Zigbee e Z-Wave o dispositivi ad accesso IP. Supporta un vasto portafoglio di smart device o sistemi come Sonos Sound System e permette il controllo via Smartphone.

SmartThings offre uno Starter Kit con sensori per permettere la rilevazione di movimento, temperatura e vibrazioni. SmartThings non é solo un prodotto ma una piattaforma Open per abilitare terze parti a sviluppare software e hardware. Al momento circa 5000 sviluppatori e produttori di dispositivi hanno siglato accordi con il vendor.

SmartThings

Staples Connected Home

Monitora e controlla una lista selezionata di serrature intelligenti, sensori del fumo, termostati, luci, tapparelle per piú di una decina di marchi.  L’azienda non fornisce per il momento nessun servizio cloud o dispositivo. Staples offre anche servizi professionali di istallazione.

Staples Connected Home

La Copertura Broadband Europea. Un altro pessimo primato Italiano.

Causa attivitá di analisi del mercato delle telecomunicazioni, mi sono imbattuto in un interessante documento che fotografa la situazione del Broadband in Europa. Il documento si intitola “Broadband coverage in Europe in 2012 – Mapping progress towards the coverage objectives of the Digital Agenda” e descrive in maniera dettagliata la situazione Europea per gli accessi Internet a banda larga. I suoi numeri sono particolarmente interessanti per farsi un’idea di insieme di quale é la situazione Europea per l’accesso ad Internet.

L’Unione Europea si é prefissata l’obiettivo per il 2020 di raggiungere una copertura totale per tutta la popolazione di quella che viene chiamato NGA ovvero la Next Generation Access (nuova generazione di accesso – ad Internet). Entro il 2020 TUTTA la popolazione Europea (500 Milioni di persone circa) dovrá avere la possibilitá di collegarsi ad Internet ad una velocitá NON minore di 30 Mbps. Questo obiettivo verrá raggiunto grazie alla combinazioni di differenti tecnologie di accesso sia Fisse (VDSL, Fibra ottica, Cavo) che Mobili (LTE, UMTS, WiMax). Nel piano della Comunitá Europea ovviamente questo tipo d servizi deve essere disponibile sia per le zone metropolitane che per quelle rurali senza differenze nella velocitá.

Questo report ci aiuta a capire quale é la situazione globale Europea e dove sopratutto si posiziona l’Italia.

Di seguito alcuni dei grafici presi dal report.

Copertura Globale

La copertura Globale NGA é al 2012 giá oltre il 53%, dato che non sembra essere cosí negativo se non fosse che solo il 12% della popolazione rurale é coperta. Ovviamente questo é il solito problema dei grossi investimenti necessari per raggiungere le zone periferiche dove la densitá della popolazione diminuisce e I costi di rilegamento aumentano rendendo piú difficile il rientro degli investimenti nel tempo.

Nel report viene confrontata la copertura standard (velocitá di accesso > 144Kbps) con la copertura degli accessi NGA e le due coperture hanno andamenti molto diverso per alcuni paesi come per esempio l’Italia.

L’Italia infatti si posiziona in 13a posizione per quanto riguarda la copertura per accessi Standard (a bassa velocitá) mentre risulta miseramente l’ultima (su 31 paesi) per quanto riguarda la copertura NGA di nuova generazione. La situazione é particolarmente tragica poiché l’Italia mentre segna da un lato un buon 98,4% (91% per le zone rurali) di copertura globale della popolazione per accessi a bassa velocitá, si porta dietro un vergognoso 14% per la copertura NGA delle zone metropolitane e uno scandaloso 0% per le zone rurali.

In pratica in Italia (ultimo paese Europeo) nessuno nelle zone rurali ha una copertura per gli accessi > ai 30Mbps. Nessuno in Europa riesce a fare peggio di noi… siamo ultimi dopo l’Ungheria fra i 31 paesi Europei.

Copertura Standard

Copertura STD per Paese Europa 2011-2012

Copertura NGA

Copertura NGA per Paese Europa 2011-2012

Certo, la crisi ha contato molto ma il problema fondamentale é che non ci sono mai state delle politiche che hanno aiutato gli investimenti nella banda larga. Se ne parla ogni giorno ma nella pratica nessuno si é mai seriamente interessato alla materia.

Il report fornisce anche le statistiche regionali di copertura Broadband. Come si capisce da queste due mappe la copertura Standard é costante in tutto il territorio Nazionale con eccellenze su Milano e Roma mentre la vergognosa copertura NGA é assente ovunque sul territorio ad esclusione di Milano e Torino.  Queste due eccellenze sono fondamentalmente presenti grazie alla copertura in fibra di un operatore alternativo come Fastweb il che dimostra quanto il monopolista Italiano Telecom Italia non abbia mai investito seriamente nella sua infrastruttura.

Copertura Standard in Italia

Copertura STD Italia

 

Copertura NGA in Italia

Copertura NGA Italia

Io credo che un sistema pubblico che si disinteressa dei reali problemi pratici del paese sia l’ostacolo principale. Nessun Governo ha mai cercato di aiutare gli operatori ad unire gli sforzi per creare un’infrastruttura comune e di nuova generazione. I risultati sono ora sotto gli occhi di tutti.

La crisi puó essere solo una scusa per nascondere le mancanze di una gestione pubblica fallimentare perché nessuno dei paesi piú colpiti dalla crisi ha gli stessi risultati dell’Italia.

La Grecia presenta una copertura NGA del 22%, la Spagna del 64%, L’Irlanda del 42% e il Portogallo del 78% diventa quindi difficile usare la scusa della crisi Euro come scudo alle accuse. I problemi sono altri e ben noti.

Cosa Fare

Ovviamente l’agenda Digitale dovrebbe essere immediatamente messa in atto. Non richiede chissa quale sforzo. Gli operatori devono essere messi in condizioni di fare investimenti in comune per migliorare la copertura globale. La politica deve staccarsi dalla smania di controllo e lasciare al mercato la scelta della direzione tecnologica. Negli anni Telecom Italia (le Telecomunicazioni a pieno controllo politico) si é sempre opposta ad ogni tentativo di unire gli sforzi per migliorare la copertura globale. Adesso si sente parlare di una possibile nuova azienda per la gestione della sola infrastruttura (quella che nel resto del mondo é chiamata OPCO) ma non é altro che un espediente per “alleggerire” I conti dell’operatore. Ne ho giá scritto qui. L’Italia é un paese dove la competizione di mercato spaventa, il profitto é un nemico e quindi meglio rimanere conservativi e mangiare le bricciole piuttosto che investire in qualcosa di piú grande.

Il risultato di questa mentalitá penso sia ben espresso da questo report e non necessita di ulteriori commenti.

Una sola nota su chi continua a promuovere Internet gratuito per tutta la popolazione. In questa situazione in cui servono investimenti pesanti nelle infrastrutture di rete continuare a spingere per la causa del tutto libero indica che come solito l’ignoranza nei basilari meccanismi di mercato impera. Gli investimenti possono essere fatti solo e se portano ad un recupero degli stessi (il nemico profitto). Qui e qui dei vecchi post sull’argomento.

Non serve un accesso ad Internet Gratuiti e universale ma un accesso a pagamento universalmente disponibile e di qualitá.

Per chi é interessato puó scaricare il report al seguente link (Broadbandcoverage 2012 detailed report) .

La Morte di Windows XP

windows-XP-defaul-broken-security-flaw-1024x640Dall’8 Aprile 2014 il sistema operativo Windows XP non sará piú supportato da Microsoft.

Il sistema operativo aveva ormai 12 anni e in questi tempi di informatica frenetica sono un’eternitá.

Il grosso del problema é che la quantitá di computer che continuano ancora ad utilizzare questo sistema operativo sembrano essere molti. Il problema non sembra essere dei soli utenti privati ma anche e sopratutto di quelli business per i quali la chiusura dell’assistenza puó rivelarsi un costoso problema.

La ragione principale dei problemi é che le nuove “Service Pack” ovvero le “correzioni” del sistema operativo non saranno piú sviluppate, lasciando gli utenti XP indifesi dai nuovi attacchi informatici.

Proprio Microsoft ha dichiarato che nel momento in cui é stato chiuso il supporto al “Service Pack 2” il numero di attacchi malware é incrementato del 66%.

Unico consiglio del colosso americano per risolvere questo problema? …  aggiornate il sistema operativo.

Una ricerca portata avanti dall’azienda Avanade rivela che ben il 77% delle aziende ha ancora delle piattaforme XP in uso e di questo gruppo ben il 52% non ha ancora un piano di migrazione.

La cosa divertente (per modo di dire) é che il motivo di queste alte percentuali di XP nei sistemi é dovuto alle avvertenze del passato in cui si suggeriva di non lasciare XP poiché l’alternativa Vista non era pronta per il mondo business (posso personalmente confermare di non aver mai visto un sistema operativo peggiore di Vista; forse se la puó giocare con Win2000).

Oltre al danno la beffa. L’instabilitá di Vista non ha permesso il passaggio e adesso sembra essere un salto troppo grosso muoversi verso Win 7/8.

I soliti scherzi di un monopolista geneticamente poco attento alla soddisfazione dei clienti.

Il grosso del problema come detto é essenzialmente di sicurezza poiché Microsoft fornirá gli aggiornamenti Antivirus solo per i 15 mesi successivi alla data di scadenza di XP. Oltre questo periodo il rischio di essere indifesi da nuovi attacchi é molto alto.

 Cosa possono fare le aziende?

La risposta é molto semplice: Non molto se non migrare verso Win 7 o 8 oppure su nuovi sistemi operativi.

Sembra infatti che questo fine supporto abbia scatenato in alcune aziende il desiderio di provare qualche nuovo sistema come il Chrome OS di Google.

Sembra infatti che avere applicazioni “Native sul browser” possa essere un elemento positivo per molte aziende. Un sistema operativo come Chrome puó garantire infatti ad utenti di lavorare su applicazione “Web Based” ma sopratutto di essere “A prova di Futuro”, cosa che Microsoft ha dimostra di non essere.

Il discorso di XP non si ferma alle sole aziende private. La pubblica amministrazione sembra anch’essa pesantemente coinvolta. Proprio in UK il governo ha sottoscritto degli specifici accordi con Microsoft per estensioni del supporto (ovviamente non a gratis).

Su questo punto mi chiedevo: „Chissa cosa fará la nostra lungimirante Amministrazione Pubblica in merito?“.

Immagino poco considerato il nostro elevato livello di informatizzazione. Siamo praticamente un paese immune da attacchi informatici. Il motivo? La carta non teme ancora gli hacker ma solo le tarme.

L’Effetto Snowden nel mercato del Cloud Computing

DataCenterOggi mi é passato sotto gli occhi un interessante articolo sull’impatto delle rivelazioni di Snowden dell’attivitá di spionaggio del NSA sui nuovi servizi Cloud.

Per i non addetti i servizi di Cloud Computing si riferiscono alla virtualizzazione di parte dei servizi IT. Prevedono per un’azienda di affidare parte dei suoi servizi IT in outsourcing completo ad una terza azienda chiamata genericamente Cloud Provider. Il vantaggio sta nel fatto che l’azienda non deve comprare un’infrastruttura IT completa ovvero un Data Center (Centro elaborazione Dati in Italiano) in cui istallare i propri server, le proprie applicazioni o salvare i propri dati. L’azienda nel caso del Cloud Computing compra solamente il servizio dal Cloud Provider senza dover investire nell’infrastruttura e sui costi per mantenerla: Manutenzione, Elettricitá, Spazio, raffreddamento etc. Google, Facebook e Amazon sono tra i casi piú famosi di servizi Cloud per la massa.

Da questo articolo sembra che le aziende stiano cambiando idea sui piani di spostamento verso un’infrastruttura Cloud. Il motivo é che con il Cloud non si é piú certi della posizione geografica dei propri dati. I Cloud Provider costruiscono dei grossi Data Center che comunicano fra di loro ma le loro scelte nel posizionamento non dipendono dalla geografia della clientela ma sul vantaggio dell’area in cui istallare i propri Server.

Nulla puó escludere che i dati di un’azienda Italiana che si sposta nel “Cloud” possano essere fisicamente memorizzati su un Server negli US.

Ovviamente proprio qui la paura, e se i miei dati sono proprio a casa dello spione?

Da questo articolo sembra che 6 aziende IT su 10 abbiano frenato la loro corsa verso il Cloud per motivi di sicurezza.

Il 38% delle aziende ICT dichiara che le condizioni di acquisto di servizi Cloud siano giá stati rivisti. Il 31% dichiara di voler spostare i dati in luoghi in cui il business é sicuro mentre solo il 5% ha dichiarato che il luogo é irrilevante. Il 97% degli intervistati in Europa e il 92% in US vogliono mantenere i dati nella propria regione.

Il 50% ha giá dichiarato di aver inasprito le regole di sicurezza per i Cloud Provider e il 16% ha giá cancellato dei contratti.

Queste cifre sembrano effettivamente colpire sul nascere un fiorente mercato e se confermate sicuramente ne ridimensioneranno i confini.

Il mondo Cloud é negli ultimi anni molto in espansione perché effettivamente porta grossi vantaggi in termini di risparmio per le aziende. Bisognerá sicuramente bilanciare il valore della sicurezza con il costo di non utilizzare il Cloud e i suoi vantaggi.

I Cloud provider Americani essendo i primi ad essere sotto osservazione si difendono dicendo che anche in Europa gli Stati possono accedere a qualunque dato senza problemi. Affermano che questi allarmismi arrivano da politici (Europei) che hanno bisogno di visibilitá mediatica oppure da un sistema economico (I Cloud Provider Europei) che vuole prendere vantaggio da questo scandalo spionistico.

Riflessioni senza ordine

–        La sicurezza in un sistema Cloud diminuisce effettivamente perché i dati non stanno piú fisicamente nell’azienda. Nel momento in cui finiscono in un paese non sicuro ovviamente tutta la sicurezza del sistema ne risente. Esistono tecniche come la crittazione dei dati per inasprire la sicurezza ma é ovvio che se i dati non sono a casa tua non sei piú tu a controllare la loro sicurezza.

–        E’ vero comunque che lo scandalo NSA ha coinvolto piú paesi e quindi non esiste un paese sicuro o diciamo che per sicurezza ogni paese puó decidere di spiare i propri cittadini.

–        Il fatto di richiedere dati geograficamente vicini all’azienda va contro al concetto di Cloud ma in un certo senso non fa che alimentare un mercato locale fatto da molte piú piccole aziende piuttosto che pochi grossi Cloud provider mondiali. Una Google saprebbe battere molta concorrenza e prendere enormi fette di mercato ma con queste regole di localizzazione dei dati avrebbe molti problemi.

–        E’ competitivo un mercato fatto di molte piccole aziende ma danneggia il futuro “Verde” della terra. L’energia elettrica inizia a diventare un problema e queste nuove tecnologie per loro natura digitale trasmettono bit;  impulsi elettrici. Le dimensioni di questo spazio immenso di bit ha raggiunto volumi altissimi. Un grosso Cloud provider che lavora a livello mondiale puó ottimizzare molto il consumo energetico per bit rispetto ad un provider nazionale. Google ha per esempio iniziato ad istallare dei Data center in Finlandia poiché il risparmio energetico nella riduzione dei costi di raffreddamento é enorme.

–        L’energia richiesta dal mondo ICT é altissima e quindi nonostante la rete sia un mezzo democratico e potente per migliorare la comunicazione ha il suo lato negativo nella richiesta energetica che cresce di anno in anno in termini di capacitá. Per darvi un esempio Telecom Italia é il secondo consumatore di energia elettrica Italiano in dimensioni dopo le Ferrovie di Stato. Questo paragone fa capire di cosa stiamo parlando e di quanto l’ottimizzazione del Cloud puó aiutare a diminuire questo impatto.

–        I dati completi della ricerca sono stati pubblicati dalla giapponese NTT Communication e li potete scaricare a questo link  NTT_Research_Report_NSA_Aftershocks_FINAL_1.

La guerra del Web: Ma chi vince fra Google e gli operatori?

Logo ISP CSPNel mondo delle Telecomunicazioni é uno degli argomenti piú dibattuti degli ultimi anni e’ la battaglia fra chi offre connettivitá , gli operatori, e chi offre solo contenuti e servizi attraverso la rete Internet. Quando si parla del futuro degli operatori si sente spesso dire: “ma chi vincerá nel prossimo futuro? l’operatore di Telecomunicazione [TLC] o i fornitori di soli contenuti (Content Service Provider [CSP]) (il piú famoso dei quali é Google)?

Difficile rispondere ma é ovvio che gli operatori stanno attraversando un periodo di forte crisi, ncapaci di aumentare i propri margini ma sopratutto incapaci di fornire nuovi servizi in grado di migliorare il loro profitto e la loro marginalitá. La guerra al ribasso fra operatori ha portato ad un drastico abbassamento delle tariffe (positivo per i clienti) ma una conseguente “svalutazione di banda” che ha ridotto drasticamente i margini. Il risultato é che gli operatori stanno faticando a mantenere i valori economici di prima e iniziano inevitabilmente a ridimensionarsi (Vodafone ha dichiarato tagli consistenti di personale un pó ovunque in Europa).

Ma cosa c’entra Google in tutto questo? Tutti gli operatori di TLC hanno sempre visto i fornitori di contenuti come dei nemici da combattere per cercare di prenderne una fetta del loro business. La questione della disputa é semplice, l’utilizzo sempre piú diffuso di contenuti esterni al controllo dell’operatore (Google + Youtube, Facebook, Linkedin, Netflix, skype, Viber, whatsApp, Amazon etc.) porta ad un grosso consumo di banda senza peró portare ricavi aggiuntivi. In pratica l’operatore lamenta una forte richiesta di investimenti (a suo carico) in infrastruttura di rete (a fronte del forte aumento di traffico) dovuto ai servizi di terze parti delle quali peró non partecipa al profitto e relativo recupero degli investimenti. In pratica l’operatore dice:”Io investo e gli altri si prendono i benefici”.

La questione é vera e reale ma di difficile soluzione. Se si guardano i valori del traffico Internet globale non si puó che dare ragione agli Operatori (Internet Service Provider [ISP]).

Questi sono dei grafici forniti dalla Cisco (uno dei principali fornitore di infrastruttura IP) che descrivono le previsioni di crescita del traffico Internet mondiale suddivisi per dispositivi e applicazioni (potete trovare la versione completa qui).

Nel primo grafico ci sono le previsioni di crescita di traffico suddivise per servizio/applicazione mentre nel secondo suddivise per dispositivo. VNI-Cisco-typeoftraffic2012-2017 VNI-Cisco-DeviceTraffic2012-2017

Come ho giá scritto qui sopratutto nella telefonia mobile si sono dovuti affrontare ingenti investimenti per la forte crescita del traffico dovuta ai nuovi dispositivi mobili come smartphone, Tablet etc. La loro introduzione nel mercato ha spostato una grossa fetta di utilizzo dei servizi Internet e quindi di traffico sulle reti mobili.

Lato Servizi/Applicazione e’ principalmente il video ad impattare maggiormante in termini di traffico sia sulle reti mobili che sulle reti fisse. Essendo inoltre la comunicazione voce e messaggistica fra utenti le due piú grandi fonti di reddito degli operatori fissi e mobili, i nuovi servizi come Skype, Viber, Whatsapp hanno fortemente ridotto gli introiti degli operatori.

Queste applicazioni chiamate genericamente Over The Top content [OTT] non fanno altro che fornire applicazioni e servizi che prima erano di competenza quasi esclusiva dell’operatore (Chiamate voci, SMS, mail, Video) senza peró avere infrastrutture di rete proprie (ecco perché “Over The Top”, “n’coppa” come direbbero a Napoli).

Gli operatori si ritrovano a dover gestire grosse quantitá di traffico e quindi grossi investimenti nelle loro reti senza peró avere un ritorno e nel caso di servizi come SMS per esempio persino grossi cali di fatturato.

Che fare? La risposta non é sicuramente semplice ma gli operatori da molti anni pensano di combattere le applicazioni OTT. Alcuni pensano addirittura di filtrarle e di offrirle a pagamento ma questa scelta sarebbe altamente controproducente per l’operatore stesso. Immaginate se un utente Vodafone da un giorno all’altro non riuscisse piú ad usare WhatsApp. Mi aspetto che il giorno successivo potrebbe diventare cliente Wind, TIM, 3 o Fastweb. Altri operatori invece pensano a come aggredire questo mercato fornendo applicazioni simili. La cosa é anch’ essa difficilmente praticabile poiché richiederebbe un grosso investimento in sviluppo software che economicamente non é a costo zero. All fine difficilmente gli operatori ruscirebbero a competere con le applicazioni OTT, basta  considerare quanti aggiornamenti vengono rilasciati gratuitamente e periodicamente da un’App (iOS o Android) sullo smartphone. Un operatore per sua natura non riuscirebbe ad essere  cosí veloce negli sviluppi per ovvi rischi di malfunzionamenti o per uno sforzo troppo elevato nel testing dell’applicazione (e relativi costi). Semplicemente i Content Provider fanno di lavoro gli sviluppatori software mentre gli operatori storicamente altro.

L’unica ipotesi che mi sembra realizzabile é l’accordo commerciale per alcune applicazioni. Per esempio T-Mobile in Germania fornisce un pacchetto in cui é incluso l’abbonamento a Spotify applicazione per l’ascolto di contenuti musicali in streaming.

Uno delle prove della battaglia persa contro gli OTT arriva semplicemente dall’analisi del mercato disponibile é dalla dimensione stessa delle aziende che ne fanno parte.

In generale gli operatori di TLC sono aziende molto piú grandi degli OTT ma sopratutto sono in numero piú elevato a livello mondiale. Google é unica per tutto il mondo mentre ogni paese ha un certo numero di operatori sia fissi che mobili.

Ipotizzando di riuscire a competere con gli OTT a quale profitto gli operatori potrebbero accedere? A mio modo di vedere molto limitato. Se anche accedessero a parte dei profitti di Google, li dovrebbero comunque dividere con gli altri operatori e considerando il loro numero elevato rimarrebbe ben poco della torta alla fine.

In generale se diamo un’occhiata alle dimensioni di queste aziende appare subito chiaro che il problema non sussiste. Ovvero é impensabile che gli operatori riescano ad accedere a parte dei profitti degli OTT.

In questa tabella sono raccolti i dati finanziari dei primi otto Operatori di telecomunicazione (Fissi e Mobili) mondiali e dei piú conosciuti CSP. I dati sono stati presi da http://finance.yahoo.com/ semplicemente attraverso le schede delle varie aziende quotate. Nella tabella sono elencati il valore dell’azienda (Enterprise Value) e le sue entrate (Revenue).

ISP-CSP

La cosa che balza immediatamente agli occhi sono le dimensioni. Google é il CSP piú grande al mondo con fette di mercato molto consistenti in alcuni settori e puó senza dubbio essere definito il leader. Nella classifica degli CSP la sua presenza conta per il 50% della somma totale di tutti i CSP (nella mia lista). Nonostante questa dimensione sproporzionata rispetto al resto del mercato Google risulta comunque piú piccolo di AT&T primo fra gli operatori di TLC.

Se a Google aggiungiamo Amazon vediamo che il peso di queste due aziende arriva a quasi il 70% del totale. Nel caso invece degli operatori, AT&T rappresenta solo il 25% del valore totale. Ovviamente se allarghiamo lo scenario a livello mondiale il suo peso si ridurrebbe ancora in quanto ogni paese al mondo ha almeno 3 o 4 operatori. Per gli OTT invece operando giá a livello mondiale se si allarga il raggio di analisi il loro numero non si incrementa proporzionalmente al numero di paesi.

Un altro utile paragone é la differenza fra gli estremi della lista. Mentre Goggle risulta essere 32 volte piú grande di Akamai, AT&T é solo 5 volte piú grande di British Telecom.

Quindi il paragone della dimensione aziendale fornisce giá un primo e utile confronto per capire che ISP e CSP sono due realtá di magnitudo ben diverso. Nonostante Google sia un colosso , la sua dimensione diventa molto piccola se paragonata al valore totale di tutti gli operatori mondiali.

Ma torniamo al discorso principale. Vale la pena per gli operatori di entrare in questo mercato?

Senza entrare in analisi troppo dettagliate possiamo prendere le cosiddette revenue aziendali ovvero le entrate al lordo di spese e tasse.

Si nota immediatamente che le entrate dei primi 8 operatori mondiali valgono quasi 5 volte quelle dei primi 8 CSP. Se da questo totale escludiamo Google e Amazon le entrate totali dei CSP sono 33 volte minori. In questo caso va di nuovo ribadito il concetto che il numero di operatori mondiali é elevato e il loro valore non trascurabile. Se rientrassero tutti nella lista la dimensione delle revenue totali dei CSP diverrebbe quasi trascurabile.

Quale é il messaggio? Semplicemente che questa “fetta virtuale” di mercato giá cosí ridotta non é rilevante per gli operatori e in ogni caso dovrebbe essere suddivisa fra i vari operatori (sempre nel caso che si riesca a conquistare).

Il gioco non vale la candela come si dice. Gli investimenti per competere con gli OTT non sono giustificati dal mercato a cui si vorrebbe accedere.

Conclusioni

Tutte queste nuove applicazioni OTT nonostante rosicchino entrate agli operatori sono inevitabilmente destinate a coesistere con gli stessi. La loro presenza e volume di affari non sembra peró essere cosí grande da giustificare una competizione diretta da parte degli operatori. La connettivitá dati  é destinata a diventare un bene alla pari di Luce, Gas e acqua e gli operatori diventeranno dei semplici fornitori di cavi e bit con poca intelligenza. Il problema dei margini continuerá ad esistere e difficilmente potrá essere ridotto. Molto probabilmente la corsa all’inflazione di banda con offerte sempre piú basse si dovrá lentamente e fisiologicamente fermare per raggiunto limite costo/profitto.

Quello che sta capitando nelle Telecomunicazioni é semplicemente un evoluzione del libero mercato. Servizi che prima erano offerti solo dagli operatori adesso possono essere fornite a costi molto bassi da parte di altre aziende e in modalitá software. Gli operatori destinati a mantenere margini piú elevati saranno solo quelli in grado di fornire servizi a valore aggiunto come l’IPTVper esempio. In questo caso solo gli operatori con un consistente margine di investimento e grandi dimensioni potranno farlo. Non a caso qui in Germania la Vodafone sta per acquisire Kable Deutschland (KDG) un operatore cavo che per sua natura ha sempre fatto profitto sui contenuti (TV) e sulla connettivitá (Internet).

I rimanenti operatori molto probabilmente saranno forzati ad attuare politiche di fusione aziendali per essere piú grandi e ridurre i costi di investimento a discapito purtroppo della competitivitá. Meno operatori e piú grandi = meno competitivitá = prezzi meno vantaggiosi.

 

Telecom Italia: la nuova Alitalia

Telecom-Italia-650x245     Ed eccoci nuovamente di fronte ad un altro caso di intervento pubblico a “sostegno” dell’economia. Un altro esempio di come in Italia si continui a pensare che lo Stato possa e debba intervenire in ogni settore economico con le sue formule magiche. Adesso tocca allo scorporo di rete di Telecom Italia (TI).

Come era successo per Alitalia lo Stato sembra voler intervenire per alleviare i debiti di un’azienda “di interesse nazionale”. In Alitalia si era creata la cosiddetta “Bad Company” con i suoi debiti che veniva acquisita dallo Stato quindi con i nostri soldi pubblici. C’era chi ai tempi si era opposto ad un’acquisizione da parte di Air France per difendere la “compagnia di bandiera” e la sua italianitá. Si creó un contorto meccanismo di scorporo che come risultato finale non fece altro che far pagare ai contribuenti il costo di una malagestione decennale. In Italia sfortunatamente esiste sempre questa leggenda tale per cui il mercato é cattivo e quindi per arginare questa aggressione dall’esterno (che in paesi evoluti si chiama Economia di libero mercato) si fa ricorso al contribuente.

Adesso tocca a Telecom Italia (TI) che naviga a vista sommersa da debiti che sembrano toccare i 25 Miliardi, quasi piú alti del suo valore di mercato. L’idea approvata dal Consiglio di Amministrazione Telecom é quella di vendere l’infrastruttura di rete fissa (udite, udite) alla Cassa Depositi e Prestiti cioé allo Stato, cioé a noi. In pratica lo Stato acquista l’infrastruttura di Telecom Italia per alleggerire l’operatore dal suo disastroso bilancio. Ovviamente il problema non viene risolto ma dilazionato nel tempo perché solo una forte ristrutturazione dell’azienda puó alleviare i suoi problemi. Ma si sá, in Italia non é permesso alleggerire le aziende, molto meglio farle pagare a tutti.

Analogia con Alitalia é l’interessamento dell’operatore mobile Cinese H3G (conosciuto in Italia col nome di “3”) che sembrava voler investire ed acquisire parte dell’operatore nazionale. Esiste una moderata convinzione che questo possa essere il motivo dietro a questa operazione “Alitalia 2”. Come il passato ci insegna quando investitori stranieri sono interessati ad aziende nazionali si cerca ogni soluzione per evitarlo a costo di mettere tutto sul conto di una popolazione stremata da crisi e rigore fiscale. Difficile da comprenderne quali siano i meccanismi che guidano queste scelte ma con molta probabilitá basta guardare alla solita incapacitá di una classe politica dirigente che come sempre distrugge la giá debole economia di un paese sofferente.

L’operazione scorporo di TI  sembra avere un volume che oscilla fra gli 8 e i 14 Miliardi di Euro. Il Valore dell’infrastruttura (e personale) venduta alla Cassa Depositi e Prestiti. Se si pensa che recentemente il nostro (incapace) Governo non riesce a trovare 2 Miliardi per evitare l’aumento dell’IVA di Luglio risulta curioso immaginare che ci siano nello stesso periodo acquisizioni Statali per valori 4-6 volte maggiori. Magia delle 3 carte.

In pratica in un periodo di forte crisi di debito si decide di muovere un passivo privato entro un debito pubblico giá insostenibile il tutto per puri conteggi finanziari. Se il debito di Telecom Italia é il risultato storico (come per Alitalia) di gestioni fallimentari invece di fare ricorso al mercato libero e trovare qualche nuovo investitore (privato) si preferisce mettere tutto a carico del contribuente.

In questo caso il progetto appare ancora piú ridicolo per i seguenti motivi:

  • Gli investimenti che Telecom Italia ha fatto sulla sua rete sono stati ovviamente giá ammortizzati negli anni e quindi questo ipotetico prezzo di mercato non é il reale valore della rete. Ma mica si possono fare le pulci sui prezzi, tanto sono solo soldi pubblici.
  • Telecom Italia é nata come operatore a controllo Statale e quindi la rete nazionale é stata costruita (e pagata) grazie alla tassazione sugli Italiani. Acquistarla nuovamente con una nuova generazione di contribuenti é alquanto ridicolo.
  • Possiamo dire che i nostri nonni hanno pagato questa infrastruttura poiché costruita con i loro soldi (e qualche investimento straniero). I nostri genitori l’hanno continuata a pagare con i vari canoni e traffico telefonico. La nostra generazione la ricompra nuovamente con un prezzo a “kilometri zero“ e i nostri figli come sempre si pagheranno i debiti futuri che questa operazione genererá. Il cittadino sempre al primo posto … come sovvenzionatore.

L’amara realtá italiana é che giá si sentono commenti in cui si difende l’operazione come investimento per il futuro delle telecomunicazione. Affermazioni che non fanno altro che aumentare il disappunto e la rabbia sull’operazione.

L’Italia é il paese piú “liberista” fra quelli “socialisti”. Lo dico perché spesso queste operazioni vengono quasi sempre promosse come liberalizzazioni (statali e socialiste) del mercato. Un contro senso  tipico Italiano dove operazioni di puro intervento statale vengono spesso rivendute come rivoluzioni liberali. Siamo sempre alla ricerca della liberalizzazione ma invano riusciamo ad immaginare quale beneficio alla competizione questo scorporo possa portare come invece i suoi ideatori vogliono farci credere.

Quello che molti annunciano come rivoluzione é il fatto che questa nuova rete (indipendente da TI?) sará a disposizione di tutti gli operatori di telecomunicazione fissa e mobile che la potranno utilizzare per fornire nuovi servizi con prezzi piú competitivi e aumentando la loro copertura.

Peccato che sull’argomento siano stati spesi giá molti anni in tentativi di accordo fra i vari operatori per costruire una rete condivisa. Sembra che proprio Telecom Italia per mantenere il proprio ruolo di operatore dominante (in termini di infrastruttura) non abbia mai cercato attivamente di concludere questo accordo. Difficile aspettarsi che adesso ci sia stato un ripensamento cosí repentino. Una prova a favore di questa tesi sta nel fatto che recentemente Wind, Vodafone e Fastweb hanno unito i loro sforzi sugli investimenti in infrastruttura creando un consorzio insieme a Metroweb (fornitore nazionale di connettivitá in fibra ottica). Questo il risultato dopo anni di discussioni aperte con TI e le auoritá garanti delle Comunicazioni (AgiCom) mai concretizzata in un’infrastruttura condivisa ma sfociata in un accordo privato fra gli operatori alternativi. Potrebbe essere forse la prova che questo scorporo non avrá la destinazione che tutti profetizzano?

É facile aspettarsi che questa nuova azienda di infrastruttura non sará a disposizione di tutti gli operatori sul mercato ma manterrá un forte legame con TI. Molto probabilmente TI ne manterrá il controllo senza peró averne a bilancio i costi e i debiti. Le solite scatole cinesi pubbliche, un altro pessimo esempio di finanza creativa pubblica a carico dei cittadini. (ma non erano i mercati quelli subdoli e cattivi?)

Molto probabilmente interverranno anche i soliti sindacati che difenderanno l’operazione come un salvataggio dei lavoratori di TI. Un’altra presa in giro poiché non sono le flebo pubbliche che mantengono in vita i cadaveri. Se un’azienda é sovradimensionata per il suo mercato non sono le sovvenzioni a carico di tutti che cambiano la situazione. Oltretutto il denaro dedicato al salvataggio di TI é automaticamente sottratto ad investimenti su altri mercati che forse potevano essere piú produttivi. Come sempre l’idea Italiana di salvare posti di lavoro che non hanno piú un lavoro non fa altro che distruggere indirettamente risorse in altri settori.

Ai gestori pubblici questo peró non interessa, né ai cari sindacati che di economia hanno sempre avuto una visione alquanto contorta ma tristemente condivisa dall’opinione pubblica. Nulla verrá salvato se un mercato si é ridotto in volumi rispetto al passato, prima o poi richiederá alle sue aziende di ridursi.

Nonostante questa veritá, esiste in Italia una credenza condivisa in questo “Liberismo Socialista” che viene promosso da tutte le forze politiche DX, SX e Movimenti vari. Ognuno con la propria formula ma tutti con la stessa sostanza: Stato ovunque.

Straordinario é cercare di comprendere come nessuno riesca a capire che ogni euro pubblico é generato da una tassazione privata. Ogni Euro investito in pseudo operazioni di Finanza Pubblica non é  altro che una risorsa estorta alla collettivitá. L’Italia é il paese in cui si urla ai costi della politica ma si crede in queste operazioni. Perché ci scandalizziamo dei finanziamenti alla politica ma non battiamo ciglio di fronte a questi finanziamenti ad aziende private a controllo pubblico?

Perché privatizzare é sempre male mentre acquisire pubblicamente debiti privati é sempre positivo?

Perché Marchionne ha sempre rubato i nostri soldi con le sovvenzioni mentre Telecom é un bene pubblico?

Mi manca il collegamento logico che unisce questi elementi ma penso che prima di tutto manchi uno stabile collegamento fra il cervello e la bocca. Un problema alla radice.

In ogni caso buon Internet per tutti. Per il momento solo una cosa é certa: si paga la connessione anche senza avercela.

Aggiornamento Alitalia: La questione non é stata risolta, anzi. L’azienda non é mai stata risanata (nemmeno la “good company”). Proprio oggi leggo (@ Phastidio.net) la liberista notizia che forse interverranno le Ferrovie di Stato per risanare nuovamente Alitalia.